Posts Tagged ‘Società’

Alla ricerca della felicità

Saturday, April 5th, 2008

Cos’è la felicità?
Ultimamente abbiamo perso di vista questo valore, l’occidente si è concentrato talmente tanto sul cosiddetto “American way of life” che ha creato una generazione, la nostra, non più in grado di guardare alle cose con occhi umani e oggettivi, ma solo con occhi abituati a vedere ciò che è stato ordinato. La felicità credo sia semplicemente essere in armonia con se stessi e con le cose che ci circondano, e anche il più piccolo disequilibrio rende impossibile la felicità.

John Titor, il noto crononauta che dice di essere venuto dal 2036, prevedeva nel 2005 una guerra civile in America, fra le campagne e le città. Io non credo a Jhon Titor, ma se dovessi fare uno sketch del genere mi studierei decisamente bene cosa dire, e credo che anche lui lo abbia fatto. La contrapposizione fra campagna e città non rappresenta solo uno dei millenari contrasti che ha caratterizzato l’umanità nel passato, ma è anche qualcosa che certamente si riproporrà alle civiltà contemporanee.
Le campagne e le città infatti, a differenza che nel passato dove il fattore determinante era la ricchezza, rappresentano il contrasto tra la natura e l’attuale società. Ho detto più volte nel corso dei miei interventi che l’uomo ha smarrito il suo vero rapporto con la natura e deve lottare per rimpossessarsene, ma dov’è che troverà mai la sua vera essenza rimanendo chiuso nella gabbia cittadina??

Riporto un’affermazione di John Titor in proposito:

« Quando il “conflitto” civile iniziò e peggiorò, la gente dovette decidere se stare nelle città e perdere la gran parte dei suoi diritti civili con la scusa della sicurezza o lasciare le città per aree rurali più isolate. La nostra casa una volta fu perquisita e il vicino di fronte fu arrestato per ragioni oscure. Questo convinse mio padre a lasciare la città. »

La città è destinata a trasformarsi nell’inferno del controllo sociale, dell’inciviltà civile e dell’ignoranza contestuale da parte dei cittadini. Come diceva Giorgio Gaber “il tutto è falso e il falso è tutto”, mai fu detta frase più centrata. Il mondo delle città in cui noi tutti viviamo è totalmente falso. È un mondo di convenzioni, di abitudini innaturali, di distrazioni, di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, di autodistruzione, di male, di soldi; è un mondo ingiusto, ma questo è irrilevante, perché noi continuiamo a credere che sia questa la realtà. Non sappiamo più cos’è un albero se attorno non c’è un’aiuola, non sappiamo più cos’è una scuola se non c’è un bidello, non sappiamo più cos’è la fisica senza una calcolatrice. Non sappiamo più cos’è la libertà, e ci limitiamo a lottare per altri soffi di libertà obbligatorie (sempre in riferimento al caro Signor G) senza capire che stiamo sbagliando tutto. La libertà è uscire dalla città, e ciò comporterà la felicità dell’individuo, quando saremo capaci di trovare l’alternativa di cui parlavo nello scorso intervento, quando guarderemo all’autarchia totale come a una soluzione, allora si che saremo felici; perché credo che un aborigeno sia molto più realizzato di qualsiasi occidentale.

città campagna

Ma allora noi cosa stiamo facendo, dove stiamo andando? semplice, noi non puntiamo alla felicità, noi vogliamo solo cambiare, e questo è un desiderio confuso che ci spinge ogni istante a lottare per qualcosa senza una visione d’insieme più risolutiva di tutto il resto. Quando l’uomo si capaciterà di voler solo essere felice, quando si toglierà dalla mente le stronzate, i soldi, la religione, l’ignoranza, allora partirà, andrà a vivere fuori dal fango occidentale, libero e indipendente dalle molteplici schiavitù che ci impediscono continuamente di essere felici.

Casta vs Mussolini

Sunday, March 30th, 2008

Credere Obbedire Combattere.

Il vecchio motto degli anni 20 che tutti conosciamo. Sembra storia, sembra appartenente a tutta una serie di cose legate al passato, sembra qualcosa di superato, non sicuramente di attuale e contemporaneo. Ma siamo sicuri che sia così?

Analizzando il contesto attuale da un punto di vista equidistante da ogni polo, ed esterno alla situazione tanto quanto lo siamo noi guardando al ventennio fascista, si può dire con sicurezza che siamo molto più vicini a questa fede noi di loro. Credere, Obbedire, Combattere, palese come siano le tattiche principali per attuare un controllo totale sulla società e sull’individuo.
Nel fascismo, o meglio, nel fascismo di Mussolini, non tutti credevano obbedivano e combattevano, per il semplice fatto che il fascismo era una struttura imposta, tutto il sistema era stato calato dall’alto, di colpo, senza rendere conto a fattori come il contesto psicologico di un paese e della sua popolazione. Di conseguenza il manifestarsi tutto d’un tratto del nuovo Sistema non ha permesso un’eliminazione graduale e totale di ogni componente dell’opposizione, e parlo di vera opposizione, opposizione legata rigorosamente a canoni ideologici che non si mescolavano tra loro con un repentino cambio di sigle, siglette e numerini.

Ma l’umanità si è evoluta, e anche le persone cattive hanno scoperto metodi più cattivi e allo stesso tempo più efficaci. È stato scoperto il potere offerto dal controllo dei Mass Media, è stato scoperto il vero controllo sociale, e il famoso motto di cui si parlava prima si sta realizzando molto più che nel passato. Per credere si crede, non credo occorra insistere sull’enorme potere che esercita la religione in termini di controllo delle masse e soprattutto controllo d’opinione. Controllo che poi è destinato a trasferirsi nell’ambito politico, dalla questione dell’aborto all’eutanasia. Crediamo inoltre alle loro fandonie, crediamo alla democrazia, crediamo alla loro società, crediamo all’informazione, crediamo a tutta una serie di determinate cose che poi portano indubbiamente all’applicazione delle altre due azioni. Obbedire, brutta parola, fa subito pensare al Gerarca Barbagli di turno che ordina la follia del giorno, ma obbedire vuol dire ben altro. Obbedire significa semplicemente vivere in una determinata maniera, seguire le loro mode, e noi viviamo in una determinata maniera, seguendo le loro mode; trascorriamo le nostre vite esattamente come ci dicono di fare loro, elementari, medie, superiori, università per chi può, “lavoro”, riproduzione, vecchiaia tanto per, morte. Non gliene frega nulla se apriamo blog, raccogliamo firme o urliamo nei megafoni, quella che manca tanto è l’alternativa concreta, chi è poi colui che a 18 anni emigra verso l’isola deserta per costruire un mondo migliore? … Si finisce tutti a lavorare come schiavi, e il lavoro ci occupa la mente, produciamo di più pensiamo di meno, obbedendo, e sfociando con gli unici momenti di apparente vita politica nel terzo termine: Combattere.

Il motto originale era riferito a un periodo di guerra, tra due parti diverse, il cui contatto scatenava allora lo scontro. Ma come accennavo le cose si fanno più pesanti, si è capito che la guerra è molto più efficace se all’interno di una sola parte. E con guerra non intendo scontro armato, ma il continuo contrasto “politico” legato a vecchi valori che ci distraggono dal contesto contemporaneo non facendoci applicare sulla nostra realtà, quella vera e concreta. Ci scontriamo ogni giorno per cose che alla luce di una società libera non hanno alcun valore, pillola sì-pillola no, chi vuole se la piglia!, suicidio illegale, omosessuali fuorilegge perché si ama e si bacia chi con la chiesa combacia. Tutte stronzate che in un mondo più razionale fatto di vere libertà non sarebbero questioni di dibattito nazionale. Questo nostro continuo combattere, per arrivare a un punto che a loro va comunque bene, ha l’unico effetto di distrarci da una visione più utopistica della realtà, che è utopia solo perché stiamo fermi a guardarla senza muovere un dito.

Ovvia per cui la conclusione, siamo molto più nel fascismo noi che i nostri bisnonni, solo che i nostri governanti sono stati un tantino più bravi dei loro bisnonni (anzi nonni data l’età media) a farci volere un sistema piuttosto che calarne uno da una posizione che non sarebbe stata sicuramente accettata totalmente.
La via di fuga è semplice, smettere di credere diffondendo la consapevolezza, smettere di obbedire vivendo in un’altra maniera da quella impostaci, e non cadere a questo punto nel facile tranello, smettere di combattere. Noi dobbiamo continuare a lottare, ma non lotteremo più per le solite futilità solo quando riusciremo a concretizzare le altre due cose, quando una consapevolezza di gruppo e una massa di diversi saranno unitariamente su uno stesso fronte a combattere e lottare per un altro mondo, partigiani di testa e non di braccia.

Evoluzione

Wednesday, March 26th, 2008

l'evoluzione.... dalla lancia al pc
Sentendo parlare di evoluzione ci vengono in mente i grandi disegni di Darwin, gli adattamenti che in miliardi di anni permettevano alle specie animali di evolversi secondo le necessità della propria natura e adattarsi all’ambiente. Ma questo modello evolutivo non è rimasto lo stesso troppo a lungo; dagli immensi periodi occorsi al primo organismo unicellulare per ingrandirsi i tempi si sono ridotti in modo esponenziale. Abbiamo sentito parlare di milioni di anni per i primi ominidi, migliaia per l’uomo così come lo conosciamo noi adesso. E poi ci sono voluti 10000 anni per le prime civiltà, 5000 anni per la rivoluzione neolitica e la scrittura, e poi giù ancora con il metodo scientifico, la rivoluzione industriale, fino ad arrivare ai giorni nostri, in cui le notizie più sconvolgenti ci arrivano via feed rss.

Il processo evolutivo si è ristretto talmente tanto che ormai è definibile nell’arco della vita di un singolo individuo, e ciò porta a una cosa sensazionale: un uomo che si evolve secondo le proprie necessità personali. Anche se può sembrare strano questa parte però è già stata superata, siamo arrivati oltre, siamo arrivati a un’era completamente differente e incompatibile con il passato, un’epoca in cui l’individuo ha raggiunto un equilibrio dannosissimo per se e per la società. Nell’antichità, quando i margini dell’evoluzione erano più ampi, un essere moriva e lasciava il posto al successivo che dominava fino a che il processo non si ripeteva di nuovo; ora invece le due generazioni coesistono.

L’uomo ha letteralmente superato se stesso, il singolo individuo è diventato talmente centrale nel processo evolutivo che è diventato egli stesso il punto di riferimento, come prima lo era una popolazione e ancora prima l’intera umanità. La coesistenza di gruppi di individui su linee generazionali diverse che corrispondono a linee evolutive differenti porta a uno scontro diretto. Questa è la motivazione che spinge al continuo attrito generazionale che caratterizza questa società; adolescenti e genitori, giovani e politica, ragazzi e vecchietti sull’autobus… non è solo questione di altri valori, altri tempi e altre circostanze, la verità è che siamo due evoluzioni diverse della stessa radice. L’evoluzione di cui stiamo parlando non è fisica, non riguarda pollici opponibili o simili, ma è un’evoluzione mentale, ed è per questo che sussiste lo scontro generazionale che sempre più si manifesta. L’eccedere dell’evoluzione umana su se stessa ha causato come unica conseguenza un mondo non più in grado di capirsi, dove l’unico elemento comune, dove l’unico elemento veramente comune, è il malessere generato da questa… chiamiamola “solitudine mentale generazionale”.

Ma a cosa porterà tutto ciò? Come abbiamo visto la situazione è destinata a evolversi ulteriormente col passare del tempo, a prescindere dal contesto storico o sociale. Succederà che andremo incontro a un bivio, un bivio tra l’armonia sociale e l’autonegazione dei propri difetti, dei mali dell’uomo, dell’avidità, dell’egoismo ecc ecc, e un’involuzione che ci farà regredire a uno stato tecnologico ma primitivo (provate a mettere 30 scimmie e una banana in una gabbia ognuna con un mitra in mano e capirete di cosa parlo.
Si tratta di una scelta tra la pace e il caos, pace che a lungo termine porterà alla felicità del genere umano e caos che porterà alla sua distruzione totale; la scelta sta a noi.

Un passo indietro, o non si va avanti.

Thursday, January 31st, 2008

Cos’è la natura? Cos’è l’uomo?

Queste sono domande che abbiamo smesso di porci. Se l’uomo riuscisse a riesumarle dal buio dell’“assodato epistemologicamente”, e a cercare una risposta, riuscirebbe sicuramente a riappropiarsi della propria esistenza, della propria vita come essere umano. Le convinzioni e convenzioni che dominano le nostre giornate, mangiare alle 13 per pranzo, alle 8 per cena, guardare le notizie perchè è “doveroso”, andare a lavorare per portare il pane a casa, tenersi puliti, andare a scuola, ci tengono occupati tutta la vita, deviandoci l’attenzione dalla vera realtà delle cose. Se ognuno pensasse a se stesso, e con questo non intendo “farsi i cazzi propri” e fregarsene degli altri, ma alludo all’autarchia, soprattutto in piccoli gruppi, produrre da mangiare per se stessi, e non dipendere da società varie per corrente, acqua o gas, avremmo molto più tempo per noi stessi, avremmo molto più tempo per pensare, non vivremmo le nostre futili vite nella più totale frenesia; saremmo anche molto più tranquilli, meno stressati… più blandi insomma.
Nell’attuale sistema sociale il lavoro è concepito come un mezzo per sopravvivere, si lavora in cambio di soldi da poi spendere in tutto ciò che ci serve, ma cosa succederebbe invece se si lavorasse per se stessi? se invece di tappi di bottiglia si producessero carote, se il lavoro fosse utile a se stessi e non fosse convertito in denaro?
Questo non succede perchè tale visione del mondo, lavorare per se stessi o a vantaggio di una piccola comunità, è normalmente identificata come “comunismo”, e questa parola è presente nei vocabolari come struttura politica-economica di uno stato; ma cos’è uno stato? lo stato è in teoria elaborato come una comunità più estesa, una società in cui si hanno migliaia di servizi in più e dove tutto il lavoro ha l’unità di misura comune del denaro.
Fin qui tutto bene… i conti tornano, i servizi soddisfano, i soldi ci sono, e le nostre vite sono piene di comfort assurdi e impensabili per altri modelli politici.
Ma le cose non stanno così, la situazione è degenerata, questo modello è diventato corrotto, i servizi non funzionano, i soldi non ci sono, la gente si è impoverita pur ammazzandosi di lavoro quanto prima; vuol dire che c’è un problema. Nel corso degli ultimi duemila anni, dai tempi di Roma se non prima, la grande “comunità” cittadina ha iniziato a deragliare dalla propria natura concettuale, gruppi di poche persone hanno preso il potere, cominciando a gestire proprietà e diritti altrui, anche se con il consenso di questi, questa realtà ha fatto si che l’iniziale matrice del progetto di stato, ideata e concepita a vantaggio completo dell’individuo, senza “ma” nè “però”, venisse distorta, creando una sorta di classe dirigente, che col passare degli anni si è trasformata prima in aristocrazia poi in borghesia… e ora qualcuno direbbe in “casta”.

Questo svilupparsi delle cose ha condotto la gente normale ha subire sulla propria pelle tutte le possibili ritorsioni di questo sistema; il mal gestire l’economia ci ha portato ad un paese precario senza alcuna certezza, difficile vivere in questo modello, infatti, senza lavoro, o senza rispetto se sei “diverso”, o senza diritti se “non ne meriti”.
Ma il punto qual’è?
“Perchè”, dovremmo dirci, “Perchè devo vivere così?” dovremmo domandarci, se questo modello ha fallito, se questa forma di stato è sfumata in orrido controllo sociale e psicologico degli individui che lo compongono, in mala economia, in male leggi, in mala informazione, allora perchè non fare un passo indietro rispetto all’incriticabile incriticato “progresso mondiale”?

L’alternativa c’è, solo che è stata classificata con un’impronta storica di una certa drammaticità.
Non so se qualcuno si ricorda della mia storica predilezione per i kibbutz, o almeno della loro impostazione iniziale, ma essi sono a tutti gli effetti la realizzazione di questa alternativa. Altro che politiche neoliberiste, gli scambi dovrebbero essere aperti, e senza moneta. Ogni attività dovrebbe mirare al beneficio comune, al progresso collettivo, monopolio autogestito. Il grande vantaggio deriverebbe dal fatto che la produzione aumenterebbe sorprendentemente, i mestieri inproficui diminuerebbero data la loro ormai poca utilità, tutta la fascia di dipendenti statali scomparirebbe, e nel gruppo ristretto, essendo il contatto quotidiano e abituale, i rapporti si adeguerebbero, l’integrazione e la tolleranza emblematizzerebbero gli animi, si raggiungerebbe il benessere collettivo, eliminando la criminalità, le libertà sarebbero assolute.
Insomma…. ce n’è di cose da fare
Muoversi gente, muoversi!